Chiara Mattioni, una nota sulla perfezione

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Chiara Mattioni, una nota sulla perfezione

Chiara Mattioni

Nota sulla perfezione. Il miracolo del Quattrocento.

In tutte le epoche si è avuta coscienza del valore artistico. Ma la letteratura che si occupa dell’arte è solitamente solo una parziale, pallida testimonianza del valore attribuito all’opera. Prova ne sia che nel Rinascimento, epoca di massima espressione della pittura italiana, con Leon Battista Alberti, i trattati assumono carattere teorico: enunciano e spiegano la teoria da cui deve discendere la prassi dell’operare artistico, mentre, nel contempo, Leonardo da Vinci incarna la figura dell’artista globale, abbattendo lo specialismo settoriale. Dipinti ma anche appunti, note, aneddoti, favole, disegni, schizzi, invenzioni, che rivelano l’integrazione fra le arti, fra l’estetica e la poetica. Scrittura, arti visive e arti plastiche inestricabilmente legate in un gioco di continui rimandi: arti che imitano la natura ma non la rappresentano. Il superamento della distinzione tra teoria e prassi e la ricerca in particolare delle affinità costruttive dell’immagine dipinta e di quella narrata – arti sorelle – sono due dei cardini del libro di Alessandro Taglioni La perfezione, il miracolo del Quattrocento. Da sottolineare in apertura l’etimologia del termine perfezione, perficere ovvero fare senza fermarsi. Indagine lucida, complessa, affascinante che, con gli strumenti della critica dell’arte e dell’analisi testuale, riesce a dimostrare che pittura e letteratura attingono alle stesse fonti, l’una serve a illuminare l’altra. Ciascun dipinto è un racconto. E se nel dipinto rinascimentale si avverte che c’è bisogno d’aria – lo testimoniano gli sfondi accurati e spaziosi -, i grandi libri hanno bisogno di respiro. Sono, entrambi, forme di comunicazione. L’approccio scelto in questo caso ha a che fare con l’infinito, nel senso che non limita l’opera d’arte al periodo storico cui appartiene. Pertanto, provocatoriamente potremmo dire che non c’è storia dell’arte. Riferirsi a una storia dell’arte che tenga conto della cronologia significherebbe riferirsi all’arte come alla natura, significherebbe affidarsi all’occhio e non allo sguardo. Lacan introduce la schisi tra occhio e sguardo. L’occhio vede ma non guarda. La pittura rinascimentale esige lo sguardo e se ne avvale, c’è qualcosa che richiama l’attenzione e non è visibile. Suggestivi gli occhi chiusi di Santa Teresa, occhi che tuttavia vedono: “che siano aperti o chiusi non importa, perché l’immagine eccede la vista”. E non si tratta di immaginazione, specifica l’autore, ma di inaugurazione dell’improbabile. Questo è valido per gli artisti di tutti i tempi. Azzardo: Autoritratto con gli occhi chiusi è opera di un valente pittore triestino del XIX secolo che il pittore stesso considera il manifesto della sua poetica: solo serrando gli occhi si può percepire la realtà che si mostra oltre il velo del visibile, trasformando se stessi in cassa di risonanza. Ci sarebbe dunque un fil rouge che, oltre i tempi, connota la sensibilità artistica.
Pur affrontando elementi tecnici come il chiaroscuro; la prospettiva; la “necessaria spazialità de modus pingendi umbro marchigiano in cui il corpo in gloria ha necessità del paesaggio”, la luce non costruita ma che viene dai pigmenti del colore; e i problemi connessi, come quello del restauro, spesso invasivo e che diventa rimaneggiamento, mentre dovrebbe essere fatto “senza idealità ma per restituire l’integrità originaria”, e ancora la questione del nome: molti capolavori quattrocenteschi sono di attribuzione incerta, e i critici si sforzano di assegnarne una, ma “l’anonimato del nome vale l’istituzione del transfert”, il libro è una ricca fonte di notizie, spunti, itinerari anche per il profano d’arte. Lontano dalla manualistica, ci troviamo a leggere un libro stimolante nella sua articolazione, pertanto necessariamente problematico, non certo empiricamente risolutorio. Cruciale la definizione di opera d’arte come novità e miracolo, non a caso la suprema arte del Quattrocento è un’arte religiosa, figlia della povertà. Preghiera, verginità e carità stanno alle basi dell’arte, scrive Taglioni. Ci dovremmo forse chiedere se l’opera d’arte possa essere un “effetto collaterale” della santità?
Accennavamo come uno degli elementi che rendono notevole il testo sia un accedere diverso, non storiografico ma periegetico e geografico. Un percorso tutt’altro che lineare.
Due le sezioni del libro, Letture e Geografie. La prima si avvale di una scansione inedita di capitoli, anche attraverso la lettura di singoli critici dell’arte Federico Zeri e Roberto Longhi; la seconda è un viaggio per siti e opere, lungo un itinerario tra Umbria e Marche: Assisi, Montefalco, Monterchi, Perugia, Arezzo che ha tutte le carte in regola per diventare il livre de chevet per chi vuole studiare l’arte.
Ancora una notazione sulla scrittura di questo libro. L’autore usa qua e là ossimori linguistici: per esempio, descrivendo il Banchetto di Erode del Masolino, scrive che è di una “tranquilla esagerazione”. Ossimoro che in un certo senso si ritrova nella produzione artistica quattrocentesca, fatta di grandiosi affreschi ma anche di piccole preziosissime pitture su pale di legno e addirittura delle miniature dei codici, tutte accomunate dalla perfezione dei dettagli.
Partendo dalla certezza che occorre tenere conto della globalità delle arti, non potendo l’una purificarsi dall’altra, molte sono le suggestioni e gli elementi che il testo di Taglioni offre al lettore.. Sottili intuizioni e una profonda conoscenza del racconto pittorico fanno di questo libro una lama affilata che penetra i misteri dell’atto creativo e il mistero del talento. Quello che resta è la scrittura, sia essa con la penna o con il pennello.

By | 2017-09-17T18:29:49+00:00 settembre 17th, 2017|Categories: blog|0 Comments

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