Perugia, Nobile collegio del Cambio, Pietro Vannucci detto il Perugino, La Natività, cm 264x225

Perugia, Nobile collegio del Cambio, Pietro Vannucci detto il Perugino, La Natività, cm 264×225

Vannucci al Nobile Collegio del Cambio nel palazzo dei Priori. Quando il cambio era ancora arte del cambio, la corporazione dei banchieri sistemò fra il 52 e il 57 questa sede.

Un custode gentile, meticoloso e dinoccolato, concede anche una foto della parete principale, oltre a adoperarsi come breve guida con diffusi contrappunti e ritornelli in accento umbro-toscano.
La più bella banca del pianeta! I mercanti in arrivo a Perugia vi cambiavano le 4 o 5 valute correnti di quell’epoca. Come sottrarsi al pensiero di rinchiudere qui per qualche mese coloro che dal nord Europa e dal cuore d’Italia hanno farfugliato decisioni per stabilire poi quell’unica e inutile divisa che divide e impera e che sembra non funzionare per comprare una tartina?, per non parlare di come i nostri architetti e amministratori hanno messo, non in mora, ma in riduzione, non solo le varie sedi e filiali delle banche italiane, un tempo così ben fatte e oggi così sciatte?

Perugino e bottega. Le virtù, le sibille, ma soprattutto ancora un’Adorazione. Le ginocchia che pensavo di aver lasciato a Città della Pieve sono messe alla prova anche qui. Anche con Gesù nella mandorla, con la Trasfigurazione. Il restauro ultimo dell’adorazione è di circa 10 anni fa, a cura di lodevoli restauratrici e restauratori, che, ripeto fino a stancarmi, sono i veri artisti di questo nostro secolo buio e decadente.

Tre sale per questo Collegio. Che è una banca vera e una vera banca. Il meglio è nella sala delle Udienze. C’è davvero l’aiuto dell’umanista? Panche e intarsi del 500 con la città ideale. Intarsi del marchigiano Giampiero Zuccari buy cialis overnight delivery. Adorazione splendida. E un supposto autoritratto di Vannucci con dedica a se stesso: PETRVS PERVSINVS EGREGIVS /PICTOR./ PERDITA SI FVERAT PINGENDI:/ HIC RETTVLIT ARTEM./ SI NVSQVAM INVENTA EST/ HACTENVS: IPSE DEDIT.
Anche volendo seguire quanto diceva Leonardo da Vinci, gli si darebbe ragione rispetto a una fisognomica. Cioè al modello facciale di tutte le figure disegnate da Perugino. A esclusione della qui presente Madonna, nell’Adorazione, che sarebbe un ritratto della moglie. Se questa è davvero stata da molti definita la più bella adorazione del Perugino è anche vero che si trova nella più bella banca, anzi collegio. Una banca che ahimè non ha fatto scuola. Collegio del Cambio, arte dei cambiavalute a Perugia. Opera che richiese due anni di lavoro a Perugino, che terminò nell’anno 1500. L’egregius pictor ebbe la consulenza dell’umanista Francesco Maturanzio?, speriamo di no. La natività è qui allegorica, concerne la carità. E lo scambio, opportuno rispetto alla moneta, ossia per i tempi in cui nella moneta vi era ancora lo scambio, essenziale per la finanza e per il commercio. Una moneta talvolta irriconoscibile. La carità è qui un valore assoluto, intoccabile come la moneta, proprio in questa banca, in certo modo, impossibile. Con questa Adorazione, ci troviamo al crocicchio fra la scrittura che avviene all’apice del Quattrocento e l’insegnamento che, scendendo, accoglierà Raffaello.
(cit., Il miracolo del Quattrocento)

Nobile Collegio del Cambio

Tra le corporazioni delle arti a Perugia le più potenti furono quelle della Mercanzia e del Cambio per il significato che vennero a prendere nella vita urbana e nel governo della città. La matricola del Cambio del 1377 dice esplicitamente “Ars Cambi quad est pare magna totius Republicae Civitatis”. Scopi principali dell’arte furono quelli di vigilare sulla legittima commutazione del denaro e di pronunciare sentenze intorno a cause civili nell’ambito delle proprie specifiche competenze, per cui il Collegio assumeva le funzioni di tribunale. Di qui le figure di “uditori” assunte dai consoli e il nome di Udienza preso dal luogo ove questi si riunivano. I lavori per la nuova sede, compresa entro il Palazzo Pubblico, iniziarono nel 1452 e erano compiuti nel 1457. A partire dal 1490 si cominciò a decorare l’ambiente, dapprima fu il fiorentino Domenico del Tasso a Realizzare il bancone e i postergali. Nel 1492 venne da Firenze la statua della Hiustizia in terracotta dorata attribuita a Benedetto da Maiano. Il 26 gennaio 1496 i consoli insieme ai giurati stabilirono di fare dipingere le volte e le pareti e poco dopo dovette venir stipularo il contratto con Pietro Perugino (tuttavia non rintracciato per la perdita dei libri relativi).

I lavori cominciarono dalla volta dove, nelle sette vele, furono rappresentate soprattutto figurazioni allegoriche dei pianeti, Luna, Mercurio, Marte, Saturno, Giove, Venere e al centro Apollo in una ricca decorazione a grottesche ove si inseguono figurazioni decorative e mostruose le cui fonti sono da rintracciarei sia nel mondo antico, in specie nella Domus aurea neroniana, sia in quello moderno, nei motivi ceramici, nell’araldica locale, negli ornamenti a finto mosaico, secondo partiti già utilizzati nei soffitti romani del Pinturicchio. Compiuta questa parte dell’impresa dai discepoli del maestro su suoi disegni si passò alle pareti dove i temi vennero, a quanto pare, dettati dall’umanista Francesco Maturanzio, professore a Vicenza e poi a Venezia e poi, dopo il sjuo ritorno in patria, verso il 1498, segretario dei Decemviri. Al Maturanzio sembra si debbano i magniloquenti versi latini che figurano nelle tabelle esplicative rette da putti e inserite negli affreschi e da cui si desume il pensiero conduttore di pura marca neoplatonica. Vi si esprime cioè il concetto che la relativa perfezione dell’uomo in terra si conquista attraverso l’accordo tra le antiche virtù e la rivelazione cristiana.
Nelle pareti, subito a destra dell’attuale ingresso, è Catone. A sinistra, nella parete lunga, nei due lunettoni, le Virtù cardinali: prudenza e giustizia, con i personaggi dell’antichità classica, Fabio Massimo, Socrate, Numa Pompilio, Furio Camillo, Pittaco e Traiano; poi la Fortezza e la temperanza con altri sei eroi, Lucio Sicinio, Leonida, Orazio Coclite, Publio Scipione, Pericle, Cincinnato. Nella parete di fondo la Trasfigurazione e la Natività, mentre nell’altra parete lunga, solo lo spazio corrispondente la seconda campata è dipinto con sei profeti, sei sibille e l’Eterno benedicente in alto. Gran parte di questi affreschi fu direttamente eseguita da Pietro Perugino. L’artista si servì di collaboratori (i documenti dicono Giovanni di Francesco Ciambella detto il Fantasia e di Roberto da Montevarchi) ma seppe controllarli perfettamente, tanto è vero che il complesso può venire considerato come una delle più alte manifestazioni della sua arte matura. In passato, in varie parti dell’opera, si sono voluti ravvisare anche altri artisti, tra cui Andrea d’Assisi detto l’Ingegno e il giovane Rafaello. Tuttavia oggi, anche in seguito ai risultati dell’attuale accurato restauro, tale ipotesi sembrano più difficili a sostenersi, data l’unitarietà di tutto l’insieme.
L’opera era compiuta nel 1500, come dice la tabella del finto pilastro divisorio nella parete di destra, mentre nel 1501 vennero montate le porte lignee eseguite da Antonio da Mercatello, ove secondo alcuni si rintracciano disegni o quanto meno idee dello stesso perugino. L’artista, a conclusione dei lavori si ritrasse in un finto quadretto appeso nel finto pilastro divisorio della parete sinistra. Sotto di esso è una iperbolica iscrizione laudativa che testimonia dell’enorme successo dell’impresa e conferma la gran fama conquistata da Pietro, ritenuto allora da molti il primo pittore d’Italia.
(cit. scheda museale , Pietro Scarpellini)